Ha ancora senso aprire un blog nel 2026?

Internet è morto? No. Ma il web in cui sono cresciuto, si. C’è stato un momento, nei primi anni 2000, quando mi collegavo con un modem a 56k, in cui Internet sembrava una promessa. È stato il posto dove ho creato me stesso come professionista.
Un luogo dove chiunque poteva costruire qualcosa. Dove un ragazzo qualunque con un computer mediocre, una connessione lenta e qualche idea poteva creare un sito, aprire un forum, scrivere un blog… inventarsi un lavoro… e trovare persone simili a lui dall’altra parte del mondo.
Poi qualcosa è cambiato. Internet non è sparito. Si è riempito. E la massa non porta mai niente di buono.
È arrivato il rumore, sono arrivati i contenuti prodotti in serie e la gente che li urla. Sono arrivati i social e i video di trenta secondi pensati per distruggere la tua soglia di attenzione. La maggior parte dei “creator” sembrano usciti dalla stessa fabbrica.
Ma la cosa peggiore che potesse succedere a noi e a internet è: la “fretta“.
Oggi quasi nessuno vuole più costruire qualcosa lentamente.
Tutti vogliono crescere subito. Monetizzare subito. Diventare visibili subito. Anche grazie/a causa dell’intelligenza artificiale, che invece di essere utilizzata per migliorare UNA cosa, la si usa per produrre TANTE cose mediocri.
Purtroppo, anzi, per fortuna, la fretta raramente produce qualcosa che abbia un’anima.
E allora torno inevitabilmente a chiedermi: ha ancora senso aprire un blog nel 2026?
Ho abbandonato il mio blog più di successo nel 2012, ero arrivato a pubblicare 10 articoli al giorno di contenuti che non erano miei. Non ho mai smesso di scrivere online, e questo sito ne è la dimostrazione, anche se poco, scrivo qui dal 2014, e ho lasciato tracce di miei scritti in diversi posti online (le parole migliori le ho raccolte nel mio libro “Silenzio“)
Quindi la risposta secondo me è sì.
Ma non per i motivi che pensavo nel 2010.
Il blog non è morto. È tornato a essere una nicchia (forse lo è sempre stato).
Il blog non è più mainstream
Questa è la migliore cosa che poteva capitare a chi ama tornare a una vita più lenta.
Per anni il web è stato invaso da: SEO senz’anima, articoli scritti per Google (adesso li si scrive per l’AI), contenuti copia-incolla, siti costruiti solo per monetizzare traffico, come per esempio i “come faccio per…” scritti da persone che quei consigli non li avevano mai applicati davvero…
Google stesso negli ultimi anni ha iniziato a penalizzare questo approccio e oggi ancor di più con l’AI Overview rende inutile “approfondire” direttamente alla fonte. Quindi il traffico sui blog (più in generale su tutti i siti) è crollato.
I contenuti che funzionano davvero sono quelli che mostrano delle esperienze reali, dove emerge la profondità e la personalità di chi li produce, dove emergono dei punti di vista autentici… insomma… vita vera! Ed è in questo modo che il blog può tornare interessante. Non per veicolare il proprio messaggio alla massa, non avrebbe senso, ma per creare connessioni con persone simili…
Perché mentre i social sono ottimi per interrompere e “vampirizzare” l’attenzione, i blog invece possono essere ancora luoghi dove è possibile costruire l’attenzione. I social ti danno visibilità (o forse l’illusione della stessa). Un blog costruisce identità e resta un asset indelebile su internet.
Essere visibili non significa esistere
Oggi si tende a confondondere queste cose. Essere visibili non significa esistere davvero online. Puoi avere: 100.000 follower, milioni di visualizzazioni, video virali… e non possedere niente di realmente tuo.
Un account social non è casa tua. È un tavolino in affitto dentro un centro commerciale. E il proprietario del centro commerciale può buttarti fuori quando vuole se non rispetti le sue “regole“.
Il blog invece è diverso. È uno spazio tuo! Con un blog puoi organizzare il tuo pensiero, sedimentare le idee, creare autorevolezza nel tempo, essere “rintracciabile” anche anni dopo e costruisce un archivio culturale personale.
Un buon articolo scritto oggi può ancora portarti lettori fra cinque anni.
Un reel invece muore spesso dopo tre ore.
Il problema non è l’AI, dal 2022 molti hanno iniziato a pensare:
“Tanto ormai scrive tutto ChatGPT.”
Secondo me questa frase viene ripetuta soprattutto da chi non ha mai avuto davvero qualcosa da dire. Questo articolo è scritto con l’ausilio dell’AI, ma non è stato scritto dall’AI. La utilizzo fin quando può migliorare ciò che ho da dire… potrei tornare a scrivere 10 o 100 articoli al giorno ma non lo faccio… perché non avrebbe senso per me… sarebbe contro quello che credo, contro quello che voglio comunicare…
L’intelligenza artificiale cambierà profondamente Internet.
Lo sta già facendo. Lo ha già fatto. Forse è troppo tardi. Forse no.
Ci sono milioni, forse miliardi, di articoli generati automaticamente. E ormai anche il meno esperto si accorge se un articolo è scritto o meno da un essere umano. Proprio per questo motivo aumenterà il valore di ciò che è autentico.
L’AI può imitare uno stile, organizzare informazioni, velocizzare la produzione… ma non può vivere al posto nostro, almeno fin quando non glielo permetteremo.
Non può avere le nostre ossessioni e i nostri sentimenti, non può comprendere i nostri conflitti interiori e trasformarli in riflessioni profonde da condividere con chi ha interesse a cercarle.
Forse il web sta tornando umano, o forse una piccola parte di esso lo sta facendo. Sembra assurdo dirlo proprio ora che siamo sommersi da algoritmi, automazioni e contenuti sintetici. Aprire un blog oggi è difficile. Ma per motivi diversi rispetto a dieci o venti anni fa.
Nel 2010 bastava esserci.
Oggi no.
All’inizio probabilmente non ti leggerà quasi nessuno, non c’è problema, la maggior parte dei progetti interessanti cresce lentamente.
Come quasi tutte le cose vive.
Ha senso aprire un blog nel 2026?
Sì.
Ma non se vuoi diventare famoso in tre mesi, avere milioni di follower, fare soldi facili, copiare quello che fanno tutti, inseguire l’algoritmo.
Ha senso se vuoi costruire un archivio di idee, creare autorevolezza nel tempo, se vuoi avere uno spazio realmente tuo online dove nessuno ti può cacciare e soprattutto se hai qualcosa che vale la pena lasciare scritto.
Conclusione
Forse il vero problema non è che Internet sia peggiorato. Forse il problema è che abbiamo lasciato che diventasse troppo veloce per permetterci ancora di ascoltarci davvero.
Chi prima cercava contenuti spazzatura e intrattenimento “basso” in TV oggi lo cerca online, chi prima cercava qualcosa di meglio online esiste ancora ed è la parte migliore di internet, è la parte più interessante dell’umanità.
Un blog può diventare una forma di resistenza culturale, un luogo di approfondimento o perfino una forma di ricerca interiore (per me è principalmente questo).
E probabilmente è proprio per questo che — nonostante tutto — vale ancora la pena iniziare (o come nel mio caso, continuare).
Se questi temi ti interessano
Nel mio libro Blog, e negli altri miei libri, parlo proprio di questo insieme a riflessioni più profonde sul rapporto fra tecnologia, creatività e vita reale. Per restare in contatto puoi scrivermi e/o iscriverti alla mia newsletter.
